
Principio d'estate
Dolore dove sei? Qui non ti vedo;
ogni apparenza t'è contraria.Il sole
indora la città,brilla nel mare.
D'ogni sorta di veicoli alla riva
portano in giro qualcosa o qualcuno.
Tutto si muove lietamente,come
tutto fosse di esistere felice.
U.Saba
Bisogna ammettere che di fronte al sole splendente già di prima mattina, alle montagne fiorite e ai colori del mare, alle piscine sovraffollate delle bollenti città, alle improvvise tempeste, ai vestitini estivi, alle tanto agognate vacanze conclusi gli ultimi esami, al gelato con gli amici, alle fresche e gaie serate e alle notti cariche di stelle...
Di fronte a tutto questo e a tanto altro ancora che l'estate ci offre...E' più semplice avere il cuore pieno e grato...
O forse mi sbaglio?
Che meraviglia!
Billa
Cullata dal tepore del sole
sigaretta alla bocca
chiudo gli occhi.
Mi carezza in volto
il respiro leggero del cielo.
L'azzurro mi avvolge,
tutto intorno, pace
(da tempo ti attendevo...).
Riapro gli occhi
e mi riscopro
rondine danzante.
Anch'io, gioiosa
inebriata di primavera
Grazie...
JBC Eyre

Buona Lettura!
Billa
Natale
Natale,
il Natale del mondo,
è di giochi e colori,
di luci a intermittenza,
di musica di jingle bell per le strade.
Natale,
il Natale nel mondo,
sono gli occhi furbetti di bimbi
in baldanzosa attesa,
sono gli occhi stanchi di adulti
in delirante attesa
del 26 dicembre.
Natale,
il mio Natale,
babbo che cura
il camino acceso
mamma che prepara
sontuosi pranzetti
e vi arriva alla fine
sempre più esausta.
Natale,
il mio Natale,
profuma di nonna,
d'acqua di colonia,
per le grandi occasioni.
Profuma di mascarpone
preparato in casa,
per l'immancabile
merenda in famiglia.
Natale,
il Natale nel mondo,
del mondo, per il mondo,
è la nascita di un Bambino,
che opera tutto piccino
nei cuori di chi Lo desidera.
E' il Natale
di un Bimbo speciale,
che dona la Felicità insperata
all'uomo che la cerca dall'eternità.
J.B.C. Eyre (traduzione di Teresa Rebardi)
...A tutti gli appassionati Reboriani...
... Una novità in libreria!
dal sito di interlinea:
Clemente Rebora Frammenti lirici
Edizione commentata
a cura di Gianni Mussini e Matteo Giancotti con la collaborazione di Matteo Munaretto
pp. 854, € 36, isbn 978-88-8212-610-0
Per la prima volta un’opera poetica del Novecento è spiegata con un commento tanto esteso, tra lingua stile e filologia, nella convinzione che sia l’«amore della parola» a far parlare il testo in tutte le sue implicazioni, rendendo conto anche dei passaggi più ardui e svelandone i più nascosti tesori. I Frammenti lirici di Clemente Rebora (secondo Contini una delle «personalità importanti dell’espressionismo europeo»), usciti nel 1913 in pieno clima vociano, sono la grande avventura di un giovane che vuole misurarsi con il mondo degli affetti, delle idee, delle parole, dei suoni, e tutto fondere a tentare una verità percepibile ma non sempre rivelabile. Come scrive nel primo frammento: «Qui nasce, qui muore il mio canto: / E parrà forse vano / Accordo solitario; / Ma tu che ascolti, rècalo / Al tuo bene e al tuo male: / E non ti sarà oscuro».
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Vi rimando al sito per ulteriori informazioni...
Da lì ho scoperto questa importante new per gli appassionati reboriani come me...Tra l'altro ho ascoltato in un convegno a Milano Gianni Mussini: mi ha davvero impressionato per l'amore con cui ha trattato il poeta, oltre che per la preparazione eccellente!
Mussini,inoltre, insieme a Scheiwiller, ha anche curato l'edizione Tutte le Poesie di Rebora dell'Einaudi...Essenziale strumento per i lettori di Clemente, che possono ivi trovarvi davvero gli inediti più inediti (anche se le pubblicazioni di interlinea non smettono mai di stupire...)
Inoltre è il primo commento accurato che viene fatto dei Frammenti Lirici, poesie di una complessità rara... E' dunque un libro davvero imperdibile!
Scusate la fretta, ma data l'ora meglio andare!
...un abbraccio... E buona lettura!
Billa
E dovremo dunque negarti, Dio
dei tumori, Dio del fiore vivo,
e cominciare con un no all'oscura
pietra «io sono», e consentire alla morte
e su ogni tomba scrivere la sola
nostra certezza: «thànatos athànatos»?
Senza un nome che ricordi i sogni
le lacrime i furori di quest'uomo
sconfitto da domande ancora aperte?
Il nostro dialogo muta; diventa
ora possibile l'assurdo. Là
oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi
vigila la potenza delle foglie,
vero è il fiume che preme sulle rive.
La vita non è sogno. Vero l'uomo

e il suo pianto geloso del silenzio.
Dio del silenzio, apri la solitudine.
Salvatore Quasimodo
Link utili:
per altre sue poesie;
per la sua biografia;
Ungaretti scriveva: "la poesia è testimonianza di Iddio anche quando è bestemmia". Non raggiunge il vertice della bestemmia, ma questa poesia testimonia, nel dramma, la necessità dell'esistenza di un Qualcuno, lì a rispondere all'infinita domanda del nostro cuore. Quasimodo arriva fino all'imperativo finale,dove non c'è più spazio per la speranza... Ma solo ad una categorica implorazione di certezza.
Gli ultimi versi si scagliano violenti, e la richiesta si fa tanto potente da non lasciare alcun dubbio sulla doverosa e necessaria presenza dell'Interlocutore.... Come si può negare un qualcosa di cui senti il bisogno? Come si può estirparla dal cuore, questa sete inestinguibile? Come si può negare l'innegabile senza negare se stessi? Piuttosto si è costretti ad ammettere l'assurdo!!! (George Gray di E. Lee Master docet)
Ricorda molto il "Verrà forse già viene il suo bisbiglio" che conclude il Dall'Immagine tesa di Rebora.
E ciò che scriveva Sant' Anselmo D'Aosta, descrive perfettamente, a mio avviso, il vertice estremo che inconsciamente tocca la poesia. Si tratta di una preghiera che si conclude così: "Fai Tu, o Cristo, quello che il mio cuore non può. Tu che mi fai chiedere, concedi".
Caro Quasimodo e cari tutti... E' Lui stesso l'origine di tanta sete... e la fonte di acqua viva...
Notte
Billa
Prego che anch'io un giorno, anzi, fin da subito possa far miei questi versi... :
Se il sole splende fuor senza Te dentro,
tutto finisce, in cupa nebbia spento.
Orrore disperato, Gesù mio,
trovarsi in fin d’aver c
antato l’io!
Se poeta salir ma non qual Santo,
perder di Tuo amore anche un sol punto,
oh da me togli ogni vena di canto,
senza più dir nella Tua voce assunto!
Clemente Rebora
Ho il cuore oppresso, continuamente gelido nell'aderire a quel Qualcosa che sa... Rebora fa che non mi fermi a quel tutto umano, che ''finisce travolto in ambascia''... Intercedi!!!
billa, stanca di urlare senza voce
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane' ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non íspera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a Voi? dimmi; ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
(...)
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono
(...)
G. Leopardi, Cantico di un pastore errante dell' Asia
Cosa c'è di più corrispondente di questa poesia di Leopardi? Il caro vecchio Giacomo! Dopo lo stupore che mi aveva lasciato l'incontro con la poesia di Rebora e Pavese, avevo rinchiuso nel cassetto questo splendido poeta, mio compagno di cammino da ben otto anni: dalla prima media all'ultimo anno di liceo. Stasera, pensierosa come sono da un po' di tempo a questa parte, ecco che rispunta fuori da chissà quale angolino disperso della memoria, la poesia che prima fra tutte mi aveva spaccato il cuore non appena letta: Cantico di un pastore errante dell' Asia.
Quanto dolore, quanta amarezza in questi versi. Eppure: quanta verità, quanta drammatica umanità sprigionano. Che'' solitudine immensa'' il mio caro Giacomo avrà sentito mentre la scriveva, concludendola con quel tremendo e disperante: ''E' funesto a chi nacque il dì natale''.
Mio caro Leo! Stasera ti sento tanto vicino, offuscata e spazientita da questo cuore che ribolle, iroso e testardo, cocciuto nel negare il bene che ha già. Grida, non forse alla luna, ma grida anche lui. E soffre, e sente il de-siderio, la mancanza delle stelle che vuol rivedere sopra di sè, e piagnucola come infante perchè il suo cielo non brilla più come un tempo, oscurato da nuvole di malcontento e indifferenza, e tarda a riaprirsi alla vita.
Ed io che sono? Lo chiedo anch'io con te, caro Leopardi, che sono, che cerco... E mi viene in mente Dante, e chiedo che anch'io possa ri-vivere ciò che lui scrive, indirizzando tutta quella somma di desiderio che il mio cuore è, verso quel Bene già presentito che c'è ed è possibile anche per me rincontrare.
E che, in lui, si ''queti'' infine il mio animo bistrattato...
''Ciascun confusamente un bene apprende nel qual si queti l'animo, e disira; per che di giugner lui ciascun contende." Dante - Purg.XVII
Buona Serata a tutti

my life inside a poem...
| MY own heart let me have more have pity on; let | |
| Me live to my sad self hereafter kind, | |
| Charitable; not live this tormented mind | |
| With this tormented mind tormenting yet. | |
| I cast for comfort I can no more get | 5 |
| By groping round my comfortless, than blind | |
| Eyes in their dark can day or thirst can find | |
| Thirst ’s all-in-all in all a world of wet. | |
| Soul, self; come, poor Jackself, I do advise | |
| You, jaded, let be; call off thoughts awhile | 10 |
| Elsewhere; leave comfort root-room; let joy size | |
| At God knows when to God knows what; whose smile | |
| ’s not wrung, see you; unforeseen times rather—as skies | |
| Betweenpie mountains—lights a lovely mile. |
Gerard Manley Hopkins
buona serata, a presto
billa
Power of Love
by Anne Brontë
Love, indeed thy strength is mighty
Thus, alone, such strife to bear --
Three 'gainst one, and never ceasing --
Death, and Madness, and Despair!
'Tis not my own strength has saved me;
Health, and hope, and fortitude,
But for love, had long since failed me;
Heart and soul had sunk subdued.
Often, in my wild impatience,
I have lost my trust in Heaven,
And my soul has tossed and struggled,
Like a vessel tempest-driven;
But the voice of my beloved
In my ear has seemed to say --
'O, be patient if thou lov'st me!'
And the storm has passed away.
When outworn with weary thinking,
Sight and thought were waxing dim,
And my mind began to wander,
And my brain began to swim,
Then those hands outstretched to save me
Seemed to call me back again --
Those dark eyes did so implore me
To resume my reason's reign,
That I could not but remember
How her hopes were fixed on me,
And, with one determined effort,
Rose, and shook my spirit free.
When hope leaves my weary spirit --
All the power to hold it gone --
That loved voice so loudly prays me,
'For my sake, keep hoping on,'
That, at once my strength renewing,
Though Despair had crushed me down,
I can burst his bonds asunder,
And defy his deadliest frown.
When, from nights of restless tossing,
Days of gloom and pining care,
Pain and weakness, still increasing,
Seem to whisper 'Death is near,'
And I almost bid him welcome,
Knowing he would bring release,
Weary of this restless struggle --
Longing to repose in peace,
Then a glance of fond reproval
Bids such selfish longings flee
And a voice of matchless music
Murmurs 'Cherish life for me!'
Roused to newborn strength and courage,
Pain and grief, I cast away,
Health and life, I keenly follow,
Mighty Death is held at bay.
Yes, my love, I will be patient!
Firm and bold my heart shall be:
Fear not -- though this life is dreary,
I can bear it well for thee.
Let our foes still rain upon me
Cruel wrongs and taunting scorn;
'Tis for thee their hate pursues me,
And for thee, it shall be borne!
A. Bronte