"Riamato l'Amor, l'Amor vuol tutto"
Questi versi di Rebora sono lapidari... Preso una volta dal sublime vortice del Suo Amore, e dunque nel momento in cui tu riami l'Amore, egli ti chiede in cambio non una parte di te, ma tutto te stesso, ovvero che tu gli doni la vita. Fino a qui può sembrare anche semplice. Eppure dire: ti amo per sempre. Ti riamerò per l'eternità. Ormai si ha quasi paura di pronunciare queste parole: per sempre. Come se fosse una qualcosa di negativo ammettere di volere che un rapporto permanga all'infinito. Si ha paura perchè non lo si crede più possibile...O pechè esso implicherebbe un sacrificio di sè per l'altro che non si è più disposti nemmeno pensare di fare.
Rebora giunge a dire: "grazia mi è data di far da concime". Io non lo capisco in pieno, ma so' che vorrei arrivare anche io ad amare tanto da dire che è una grazia essere concime per la terra di un Altro.
So' che invidio questo coraggio e questa sua umanità straordinaria, santa.
Ecco io voglio essere come lui. Amare e sentirsi amato come lui. Godersi tutto fino alla fine come ha fatto lui....Essere lieti nel voler diventare un nulla per tanto che si ama l'Altro....
Si io non posso chiedere di meno dopo aver conosciuto esempi così. Come potrei accontentarmi?
lunedì 20 aprile 2009
Quattro anni fa come oggi, il cardinale Josef Ratzinger veniva eletto papa e assumeva il nome di Benedetto XVI. Quattro anni sono veramente troppo pochi per permettere un giudizio, sia pur sommario sull’alba di un pontificato. Il pensiero corre subito ai ventisette anni di regno di Giovanni Paolo II. Eppure non dobbiamo dimenticare che Josef Ratzinger ha già ottantadue anni, che egli è consapevole di questo, e che ha voluto imprimere perciò al suo pontificato un percorso ben preciso, sapendo di dover fare solo cose essenziali e molto incisive.
Egli non crede probabilmente che sia efficace spostare gli uomini da un incarico a un altro. Lo ha fatto, all’inizio del suo pontificato, ma poi si è come fermato. Preferisce il cambiamento interiore delle persone, come ha chiaramente richiesto nella sua sorprendente lettera all’episcopato cattolico. È convinto che Dio può tutto, anche cambiare il cuore degli ecclesiastici e aprirli a una considerazione più vera del bene della Chiesa e della loro stessa vita.
Quali sono le linee di questa concentrazione? Innanzitutto la sua attenzione principale si rivolge all’evento della liturgia. Uno degli ultimi libri pubblicati prima della sua ascesa al pontificato, Introduzione allo spirito della liturgia, se rivisitato oggi, può essere un’utile chiave di lettura di tutto il pontificato nel suo svolgimento compiuto fino ad ora. Non voglio qui riferirmi al motu proprio che riguarda la riabilitazione della messa di san Pio V, ma a qualcosa di ben più profondo, la concezione stessa che Ratzinger ha dell’evento liturgico come momento in cui si manifesta l’assoluta priorità dell’iniziativa di Dio nella vita dell’uomo, la sua grazia, la sua misericordia, e nello stesso tempo la sua capacità di intervenire nella storia, di dare forma all’esistenza, di ricompaginare, visibilmente e invisibilmente, i cammini del cosmo verso la loro ricapitolazione. Chi vuole capire qualcosa di questo pontificato deve leggere e rileggere con attenzione le omelie di Benedetto XVI, soprattutto quelle pronunciate in occasione dei tempi liturgici forti, l’Avvento e il Natale, la Quaresima e la Pasqua, la Pentecoste. Lo ha notato più volte Sandro Magister nei suoi interventi. In quei testi, Josef Ratzinger appare chiaramente come un nuovo Leone Magno, un nuovo Ambrogio, un nuovo Agostino, colui che sa trarre dall’itinerario liturgico una pedagogia esistenziale, rivelatrice di tutto il cammino dell’uomo verso Dio, e di Dio verso l’uomo.
Non manca, naturalmente, in queste sue omelie la profondità della storia della Chiesa, delle preghiere liturgiche antiche, soprattutto latine, a cui Ratzinger attinge a piene mani per mostrare la continuità di una tradizione e la sua efficacia. Ma anche i gesti liturgici, i tempi, gli spazi. Tutto è per lui rivelatore di una pedagogia del mondo rinnovato.
È come se Benedetto XVI avesse rinunciato a far dipendere il discernimento su cosa fare o non fare da una efficacia immediata. Sa che la crisi della Chiesa e nella Chiesa è profonda. Vuole seminare dunque in profondità.
Alla luce di queste considerazioni, si comprendono altre due iniziative che io collocherei allo stesso livello dell’attenzione per la liturgia. Sto parlando dell’anno paolino e dell’annunciato anno dedicato al sacerdozio. Attraverso l’anno paolino ancora in corso, Benedetto XVI ha voluto riandare alle radici della Chiesa e nello stesso tempo favorire un’esposizione assolutamente concentrata su Cristo della fede e della dottrina cristiana. Per Paolo esiste solo Cristo, e Cristo crocifisso e risorto. Egli non si è mai soffermato nelle sue lettere sull’infanzia di Gesù (ha tutto concentrato in tre parole: nato da donna), non ha parlato della vita a Nazareth, e neppure dei tre anni della comunità apostolica. Per Paolo, il Gesù che lo interessa è quello della passione, morte, e resurrezione, quello che è asceso al cielo e siede alla destra del Padre, il Figlio di Dio fatto carne. L’anno paolino ha permesso ai pastori sensibili e attenti di riproporre in modo vitale il cuore dell’esperienza cristiana. Allo stesso modo, e con la stessa radicalità, Benedetto XVI sa che il punto più grave della crisi della Chiesa ancor oggi è la vita sacerdotale. Scarseggiano i maestri, gli educatori, sono incerti gli insegnamenti impartiti in molte scuole di teologia, permane una crisi affettiva di molti sacerdoti, accentuata dalla solitudine e dal ripiegamento. Ma soprattutto in molti paesi, si assiste a una riduzione progressiva del popolo di Dio, la cui educazione e crescita è la finalità primaria della vita del sacerdote. Non è dunque un caso che papa Ratzinger abbia voluto questo anno sacerdotale, collegandolo al 150° anniversario della morte del santo Curato D’ars.
Un’ultima annotazione: il cuore del papa guarda ad est, alla Russia, alla Cina. Nel suo libro su Benedetto XVI, scritto all’indomani della nomina del papa, e che rimane comunque l’unico libro interessante su questo pontificato (Benedetto XVI. La scelta di Dio, Rubbettino editore), George Weigel, prevedendo proprio quest’attenzione di Josef Ratzinger ha scritto: “L’Asia è il continente che ha visto il più grande fallimento della missione cristiana in due millenni”. E aggiunge: “La Cina potrebbe essere il più grande campo di missione cristiana del ventunesimo secolo”. Ma anche l’India, in cui assistiamo oggi a una persecuzione così atroce dell’esigua minoranza cattolica, è un punto di riferimento importante. La sua profonda cultura induista e buddista interroga la sapienza cristiana e la fede nell’unica salvezza che viene da Cristo.
fonte: da una mail ricevuta:
"Cari amici, incredibile come già Leopardi avesse preso in considerazione un problema come quello di Eluana...
"Un esempio di quando la ragione è in contrasto colla natura. Questo malato è assolutamente sfidato e morrà di certo fra pochi giorni. I suoi parenti per alimentarlo come richiede la malattia in questi giorni, si scomoderanno realmente nelle sostanze: essi ne soffriranno danno vero anche dopo morto il malato: e il malato non ne avrà nessun vantaggio e forse anche danno perchè soffrirà più tempo. Che cosa dice la nuda e secca ragione? Sei un pazzo se l'alimenti. Che cosa dice la natura? Sei un barbaro e uno scellerato se per alimentarlo non fai e non soffri il possibile. È da notare che la religione si mette dalla parte della natura» (G. Leopardi. Zibaldone, Luglio-Agosto 1817)."
Ringrazio la mia carissima amica Lucia che mi ha scritto di questa incredibile coincidenza...
billa
"I miei immensi desideri non sono forse un sogno? una follia? Ah, se così, Gesù, illuminami: tu lo sai: io cerco la Verità! Se i miei desideri sono temerari, falli sparire Gesù perchè questi desideri sono per me il più grande martirio!" Santa Teresina del Bambin Gesù
"Se Teresa è una pratolina, io non sono che un filo d'erba... Tuttavia è una grazia già solo essere stata scelta: mi hai voluto filo d'erba dell' infinito Tuo giardino d'amore, o Gesù!" J.B.C Eyre
Buon inizio serata!
Billa
Eluana: un fatto con cui il Mistero ci sfida
Un mio amico mi ha mandato (grazie Mattia) gli appunti di un incontro a Lecco tenuto sul caso Englaro, dal titolo Carità o Violenza. Propongo qui l'intervento di Julian Carron: spero sia per voi come per me un'occasione per riflettere e chiedersi senza paura: perchè vale la pena vivere?Perchè accettare la realtà e la sfida che certi fatti anche dolorosi ci lanciano può essere un bene per noi?
A me interessa uno che mi testimonia una speranza possibile, che una Risposta a queste domande c'è. Se interessa anche a voi, Buona Lettura!
Billa
INTERVENTO DI JULIAN CARRON (Lecco): Stare davanti a tutto ciò che accade: la questione è se ci lasciamo provocare da quello che accade o se appicichiamo la nostra risposta già prefabbricata.
Occorre coinvolgere direttamente sè stessi, non metterci di fronte ai fatti come se avessimo già la risposta giusta. Occorre sentirne la sfida. Mi colpisce che tu (relatore) mi chieda "aiutaci a guardare": è proprio questo. Diamo la precedenza al reale perché tutto ciò che accade è per noi e c'entra con la verifica della fede.
Noi non sappiamo: siamo davanti al Mistero. Se svuotiamo la persona dal Mistero, come ogni tanto ci guardiamo, ci trattiamo, le facciamo violenza. Io non posso decidere per quella persona perchè non so, non lo so, è un Mistero. Tante volte nel quotidiano ci dimentichiamo che il valore della vita è il rapporto con il Mistero, in qualunque situazione siamo, e il valore è che oggettivamente Uno la vuole, ci vuole.
Occorre imparare a guardare quello che abbiamo davanti e lasciarci colpire dalla realtà, che ci introduce al Mistero.
Guardando in tale modo una persona, per la totalità dei suoi fattori, evito di ridurla.
Perchè noi facciamo fatica ad avere questo sguardo? Perchè non usiamo la ragione in questo modo?
Usiamo la ragione con una misura dentro perchè ci spaventiamo così tanto che non riusciamo ad uscirne. Quando la vita è bella è più facile uscirne: se ricevi un mazzo di fiori chedi "ma chi me l'ha mandato?", quando la vita stringe la misura si stringe a ciò che è sopportabile, a ciò che capiamo. Eppure quante volte ci sono capitate cose che non capivamo e poi si sono mostrate strada per qualcosa di grande? Lasciamoci sfidare dalla modalità che ci viene data per entrare nel Mistero di più, non chiudiamoci. E' solo quando il Mistero ci mette davanti fatti che ci superano, che allora siamo introdotti al Mistero.
Se uno si lascia lealmente colpire, escono le domande. La cosa più bella o meno bella è sempre la modalità con cui il Mistero ci desta, non ci lascia tregua, non ci lascia sostare nella nostra misura, per farci entrare di più, perchè ci vuole sempre di più. C'è solo una modalità: il reale. E' così che ha fatto anche con i discepoli: non si è accontentato di dar loro da mangiare e da bere, ma ha continuato a sfidarli, perchè aveva a cuore il loro destino più di loro; "Se non mangerete della carne e non berrete del sangue del Figlio dell'uomo, non avrete la vita eterna." Lui continua a sfidarci: prende sul serio il nostro bisogno (ha dato il pane per mangiare ai discepoli) ma vuole introdurci al Mistero per cui siamo fatti, quindi non molla. E' un amico: non ha il problema di restare solo e costringe i discepoli a tirar fuori dalle loro viscere il perchè, la ragione per cui seguono quest'uomo. Se non mi scandalizzo di un rapporto dell'altro mondo in questo mondo, sperimento la pienezza. Non accettare il reale così come viene dato, senza darci tregua, senza lasciarci mai tranquilli, ci renderà sempre più fragili, sempre più senza ragioni dell'essere con Lui.
Tutto ciò che viene è decisivo per la nostra fede. Chi accetta la sfida impara sempre di più. La realtà è questa: non è in contraddizione con il fatto che Uno ci voglia bene.
Qual è l'ultima volta che con coscienza, commossi, abbiamo detto "Io sono" nella consapevolezza di dire "Io sono fatto", Uno mi vuole adesso?
La realtà ci sfida nel presente. Se in ogni fibra non hai tutto quello che hai visto, allora quando viene una cosa dura che ti sfida, nasce in fretta il sospetto. Questa strada è il disegno misterioso perchè arriviamo preparati a stare davanti a Qualcosa che supera la nostra misura.
I discepoli non sono rimasti perchè capivano, ma per ciò che avevano visto. Solo per questo l'obbedienza è ragionevole.
Se la nostra fede non fa questo percorso avrà una data di scadenza. Questo non ci è risparmiato; grazie a Dio non ci è risparmiato di essere introdotti al Mistero perchè diventi sempre più familiare. Occorre accettare il percorso che piano piano introduce una corrispondenza, una pienezza, una familiarità che alla fine uno abbandona la sua misura.
La scuola di comunità è la migliore risposta a tutto quello che succede, nella compagnia di Giussani, che ci introduce al Mistero della vita.
Cosa dice la sdc (scuola di comunità è la catechesi di Comunione e Liberazione) sull'obbedienza? Cos'è seguire? Seguire è avere lo stesso sentimento di Cristo di fronte al Padre, che riconosce, accetta e aderisce al disegno del Padre. Neanche a Cristo uomo è stato risparmiato di stare davanti alla volontà del Padre più grande della sua misura, Lui non voleva morire. Ma come Cristo uomo ha potuto vivere questa fedeltà? Non perchè era Dio, non perchè avesse una forza, una energia divina; se pensiamo così pensiamo a Gesù come al più moralista: uno che con le sue capacità, le sue forze ha vinto il male. Invece Cristo ha sofferto, ha patito il male, ha vissuto il dolore. Ma qual è il male peggiore del male? Non il dolore, ma la rottura del legame. Quando un amico ti fa male il peggio non è il dolore, ma che si spezza qualcosa, si introduce il sospetto. E quando questo succede non solo con un amico ma con Dio, succede che forse riconosciamo che Lui all'origine ci ha dato la vita, che ce la sta dando ora, ma stiamo davanti ai segni con un radicale sospetto, non come se fossero doni, come se si avesse un radicale sospetto sulla bontà del Mistero. Così non c'è alcuna possibilità di speranza. Chi non ha un legame con il Mistero, poveretto, non ha speranza nella bontà delle cose, tutto ciò che lo supera è contro di lui. L'ha attraversato anche Gesù, ma Lui non ha ceduto a questa tentazione, in Lui non ha vinto il sospetto. Ha sofferto il male ma questo non ha prodotto il male più male: la rottura del legame.
Questo perchè? Non perchè avesse una forza una energia particolare, ma per il legame, per l'amore del Figlio verso il Padre. E' la certezza del legame che vince il Male. Gesù era un figlio. Il dolore non ha potuto strapparlo dal Padre.
La Resurrezione è la vittoria di questo legame. E Dio lo ha glorificato: ferete gli stessi miracoli che io ho fatto e ne farete di più grandi. Soltanto obbedire fino alla morte ti permette questa conoscenza, questa familiarità, questo legame. Il vivere con Te vale più della vita. Senza di Te la vita è niente. L'obbedienza è per la corrispondenza che ci lega sempre di più a Lui. Il vero problema si chiama certezza: è il legame di Gesù con il Padre.
Il mondo sta crollando perchè non bastano delle buone leggi sulla famiglia, perchè i valori da soli non tengono, senza Cristo. La fede ha una scadenza, se non è il rapporto con Cristo vivo.
L'amicizia è questo: non darsi mai tregua, non essere mai tranquilli, essere amici come Gesù con i discepoli.
Questa è la sfida per noi, il nostro cammino di fede. Solo così testimonieremo con la nostra vita quel carisma che Dio ci ha donato.
Ora vi leggo una cosa che non posso non condivedere con voi, è di Don Giussani, in diretta per noi: "L'Essere è Mistero esistente. La situazione tragica dell'uomo è che non Lo riconosce. Ma cosa consente questo? L'Essere è Carità. Il Mistero che ci fa esistere, che si propone da ogni parte, è Carità. Dio sopporta sè stesso perchè è Carità. Essendo Amore si accetta e si propone. Possiamo accettare noi stessi, gli altri, la realtà, solo se apparteniamo a questo vortice di Carità; solo così uno incomincia ad abbracciare tutto. Non potrà essere sconfitta questa Carità, neppure se sono solo."
Il mondo è costruito dal nostro sì, dalla nostra adesione alla Carità, il Mistero con noi.
vi rimando inoltre ad un articolo interessante su Eluana:
clicca qui (fonte StranoCristiano.it): sulla disinformazione e sul laicismo del Corriere della Sera, sui no di Friuli, Veneto, Lombardia a ospitare nelle loro strutture la prima morte per eutanasia in Italia; sullo stato vegetativo (con link che rimandano a un glossario scientifico in merito, per chi ancora non avesse capito di cosa si tratta) e su come avverrà la tragica morte di Eluana: morte che prevede una lunga e dolorosa ogonia (e menomale che il padre le vuole bene, e lo ha fatto per amore della figlia...)
Maria Teresa e Rinuccia, qualcuno ha sentito parlare di queste due donne italiane?
Sono scomparse nella notte tra il 9 e il 10 di novembre, scomparse no, rapite, portate via da una banda di duecento figuri, in Kenya, al confine con la Somalia, nei pressi di El-wak. Maria Teresa di cognome fa Olivero, la Rinuccia si chiama Giraudo, hanno superato la sessantina, da trentacinque anni vivono e lavorano in quel Paese dell’Africa. Non sono giornaliste, nemmeno soldatesse, non indossano né il burqa, né il chador, non sfilano in corteo, non sventolano bandiere, non propagandano idee politiche, faticano sul fronte dell’esistenza quotidiana, si occupano dei malati e indossano l’abito religioso, sono suore. Purtroppo. Purtroppo perché nessuno si sta occupando di loro.
Non fanno notizia, non c’è sangue, non ci sono immagini violente, non ci sono appelli di giornali, di parenti disperati, non vedo sfilare cortei, non mi risultano manifestazioni, adunate davanti a san Pietro, il silenzio è comodo per chi si deve occupare di altro, di tutto ciò che serve a finire in prima pagina, un titolo, una foto e via, ma non due suorette piemontesi, religiose del Movimento Contemplativo missionario «Charles De Foucauld», di Cuneo. Se si fosse trattato di Foucault, con la t, quello del pendolo, allora sì, forse, magari ma il nobile alsaziano convertitosi dopo una vita di lussi e lussurie, nessuno sa chi sia mai stato e poi, ormai, in Africa può accadere di tutto, la cronaca offre vicende più polpose, meglio dire pulp. La cronaca di paese ricorda, ad esempio, che stasera la comunità del Movimento religioso terrà una veglia di preghiera per Maria Teresa e Rinuccia, a San Rocco Castagnaretta, diciamo Cuneo. Escludo che alle preghiere si uniscano le belle gioie del firmamento socialpolitico, non credo nemmeno siano previsti collegamenti e servizi speciali che sistemino la coscienza e coprano l’arco costituzionaltelevisivo da AnnoZero a Porta a Porta, da Matrix a Ballarò; in fondo, trattasi di roba piccola, le suore non possono tirare su gli ascolti eppoi queste due appartengono a un movimento contemplativo, dunque la meditazione fa a pugni con i consigli per gli acquisti, meglio l’isola con i suoi famosi e l’agitazione dei piloti Alitalia.
Eppure ci sono due vite in bilico, due vite di donne italiane, passate dalle mani del Signore a quelle dei banditi, anche perché padre Pino Isoardi, responsabile del movimento religioso missionario di Cuneo, si sente di escludere un coinvolgimento nella vicenda di fondamentalisti islamici, non in assoluto anche se, da alcuni anni, in quelle terre, ha chiarito lo stesso Isoardi, ci sono state infiltrazioni di quel tipo ma che non c’entrerebbero con il popolo di Charles de Foucauld.
Si usa il condizionale, non si sa mai, chissà. Il ministero degli Esteri italiano sta seguendo sotto traccia lo sviluppo di questa storia comunque strana, direi sghemba per come viene osservata, letta, presentata, anzi trascurata se non dimenticata. C’è una classifica anche per i sequestri di persona oltre confine, i rapiti debbono avere i documenti i regola: conta la loro appartenenza, conta la loro visibilità, conta il loro curriculum di vita e di carriera. Suor Maria Teresa e suor Rinuccia forse stanno pregando. Non per la loro fragile salvezza. Ma per la nostra miserabile ignoranza.
Vi suggerisco la lettura dell'intervista, pubblicata sul Sussidiario.net , a Mario Melazzini, presidente della Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica (AISLA), e malato di Sla dal 2002.
Toccanti anche le parole di Fulvio De Nigris, che dopo aver messo di lottare per la vita di suo figlio, Luca, "scomparso a soli 15 anni nel 1998, dopo il calvario di una malattia che l’ha segnato dalla nascita, fino all’aggravarsi della sua condizione, al coma, alla speranza data dal risveglio, e infine alla morte", ora lotta "per coloro che hanno la vita “sospesa", come l’ha avuta il suo Luca per 240 giorni, ma che da quel sonno apparente potrebbero risvegliarsi". Chiede che la società dovrebbe preoccuparsi non di garantire il diritto alla morte, ma di garantire sostegno e appoggio per la maggioranza delle famiglie di coloro che vivono in quella condizione e hanno bisogno di attenzione e cura. Famiglie che tante volte sono abbandonate e sole anche economicamente a difendere il diritto alla vita dei loro cari.
Bisogna decidere cosa si vuole: se si preferisce promuove una cultura della morte, o lottare e battersi per una cultura che abbia a cuore la persona in primis, e la sua vita.
Voi cosa volete per voi stessi?
Non dobbiamo aver paura della fatica, del sacrificio che ci aspetta o che patiamo tante volte. Non siamo mai lasciati soli a portare la nostra Croce, mai! Mi è sempre capitato che proprio nella sofferenza mi venisse donato come un sovrappiù di Amore. Al posto di cercare di eliminare o soffocare in ogni modo il nostro dolore (non pensate che uccidendo sua figlia Beppino non proverà più sofferenza nella sua vita. E allora che facciamo? Uccidiamo anche lui e tutti gli infelici di questa terra?), pur di non fare la fatica di affrontarlo e domandarsi il perchè (la Risposta a chi domanda arriva sempre), aiutiamoci invece ad abbracciare ciascuno la sofferenza dell'altro, come Gesù ha portato per amore nostro la sua e nostra Croce affinchè giungessimo con Lui alla vita eterna. Non dobbiamo aver paura del dolore perchè anche e soprattuto da lì può passare e passa la sua eterna misericordia per noi, e passa anche il nostro rapporto con Lui, che mai ci lascia da soli ad affrontare tutto! Gesù ha già vinto! Vince continuamente! E con Lui, in Lui, e per Lui possiamo vincere anche noi.
Ecco la testimonianza di un uomo che vince ogni giorno... Vi lascio con una delle lettere mensili di padre Aldo... Leggete per credere: è possibile vivere così!
billa
Decreto Gelmini: una vittoria per la maggioranza silenziosa ma non troppo...
venerdì 7 novembre 2008
Esprimo soddisfazione per la decisione del Governo di correggere i tagli al diritto allo studio. Il Ministro Gelmini ha dato pubblicamente atto nella conferenza stampa di ieri di avere accolto le richieste del Consiglio Nazionale Studenti Universitari (CNSU) al riguardo. È un segnale molto positivo che dimostra che il dialogo istituzionale, in una logica propositiva e costruttiva, può portare buoni frutti. Occorre continuare su questa strada.
Peccato per gli studenti delle liste di sinistra (Sinistra Universitaria e Unione degli Universitari) che per motivazioni puramente strumentali e di difesa di ordini di partito, hanno abbandonato l’aula al momento di votare un documento (di cui io stesso sono stato uno dei principali estensori) fortemente critico sulla legge 133 e sul disegno di legge finanziaria nel quale, tuttavia, si stigmatizzavano anche quelle forme di protesta – come le occupazioni e i blocchi forzati della didattica – lesive della libertà di tutti gli studenti oltre che inconcludenti. La maggioranza del CNSU ha invece lavorato senza far sconti a nessuno ed ha ottenuto un risultato molto importante per il bene di tutti.
Il decreto legge appena varato dal Governo lancia segnali complessivamente positivi (sebbene non manchino decisioni opinabili, come quelle riguardanti i concorsi già banditi, che rischiano di scatenare un grave contenzioso giurisdizionale). Le rigidità del turn-over fissate dalla legge n.133 vengono ammorbidite e il principio per cui i finanziamenti statali siano legati alla valutazione comincia timidamente a farsi strada. Molto importante mi pare l’introduzione di un criterio politicamente rivoluzionario: non c’è l’università, ma le università.
La concezione monolitica e corporativistica che ha attraversato indenne tutti i governi della Repubblica sembra finalmente poter lasciare il posto ad una prima, embrionale, ma significativa, affermazione del principio della differenziazione. Occorre continuare su questa strada, non c’è tempo da perdere, il 2010 è dietro l’angolo. In mancanza di una chiara strategia di rilancio, infatti, questo decreto rischia di essere l’ennesimo, parziale intervento d’urgenza, senza che venga affrontata una riforma complessiva dell’università.
In questo momento più che mai continuare a sostenere posizioni di pura conservazione dell’esistente sarebbe un delitto. Occorre rimboccarsi le maniche e, ciascuno per la sua parte, contribuire al rilancio dell’Università.
(Stefano Verzillo - Presidente del CLDS -Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio)
---------------------------------------------------------------------------------------------
Per leggere altro:
1) le ultimissime novità del decreto, clicca qui (dal sito www.sussidiario.net)
2) un articolo del sole 24 ore sui tagli ridotti alla ricerca (clicca qui)
Ecco la differenza tra un primo attore ed un protagonista...
C'è chi ha protestato, e ancora protesta...
C'è chi invece si è mosso e ha cercato il dialogo, e pur continuando a studiare e lavorare in università, ha fatto sentire la sua voce con gli strumenti che aveva (ad es. ricorrendo al CNSU, o cercando di criticare con giudizio e di trovare soluzioni alternative al problema)...
Bene, per i primi attori oggi forse non c'è stata nessuna vittoria, ma per noi, i protagonisti, sì.
E siamo solo agli inizi!
una dei 500...e più!
Riporto da http://beta.vita.it/ un articolo riassuntivo dell'incontro dal ciclo "Si può vivere così", svoltosi al Meeting di Rimini pochi giorni fa. Avrei tanto da commentare, ma il tempo stringe, e domani mi aspetta una giornata di fuoco. Accontentatevi dunque della testimonianza straordinaria trascritta qui sotto, che dall' Africa ci hanno portato queste tre donne.
I miracoli che compie ancora Gesù sono davvero doni straordinari, offerti da Lui a tutti noi per sciogliere il nostro cuore perennemente indurito !!!
Un abbraccio a presto, Billa
da http://beta.vita.it/ (per una lettura più chiara).
«Ciò che può dare valore a tutta la nostra libertà è qualcosa di più grande, è un rapporto» ha esordito nell’incontro di oggi pomeriggio, Rose Busingye, infermiera professionale in Uganda e fulcro dell’International Meeting Point di Kampala. «Un io che appartiene, diviene protagonista, perché ha un volto”. In questo contesto: “Tu hai un valore infinito, più dell’orrore della guerra e della malattia. Il riconoscimento di quell’Altro che crea la realtà, e resta presente nella compagnia della Chiesa, rende la vita danzante».
La prima testimonianza è quella di Marguerite Barankitse, fondatrice della Maison Shalom in Burundi. «Sono qui per raccontarvi una storia, una storia triste, certamente, ma che ci dice che è possibile vivere felici anche in mezzo alle atrocità». Le atrocità sono quelle dei conflitti etnici tra Hutu e Tutsi, con il loro carico di morti, orfani, mutilati. In mezzo a queste drammatiche contraddizioni, Barankitse ha cercato di accogliere e soccorrere i bambini orfani di entrambe le etnie: all’inizio, nel 1993, erano sette; dopo cinque mesi erano diventati mille; oggi sono oltre diecimila i bambini a cui Marguerite e l’opera che da lei è nata (che comprende anche un ospedale) hanno dato assistenza e amore. «Sono arrivati da me anche bambini dal Ruanda e congolesi. E chiedevo: ‘Signore, che vocazione mi vuoi attribuire?’ La risposta l’ho trovata negli occhi dei bambini. Ho capito che la vita è una festa e l’amore trionfa sempre». I piccoli sono cresciuti, si sono sposati, hanno ritrovato la loro identità, sono diventati anche medici, economisti… «Questo è il frutto della follia, dicono alcuni. Mi chiamano – ha notato la Barankitse – ‘la pazza del Burundi’. Ma io dico che questo è il frutto dell’amore. Invece di maledire le tenebre, accendiamo una piccola candela, come diceva la grande madre Teresa di Calcutta».
Commovente la testimonianza dell’ugandese Vicky Aryenyo, del Meeting Point International. Nata in un villaggio della parte orientale dell’Uganda ha dovuto interrompere la scuola per la malattia della madre; poi si è trasferita a Kampala. Alla terza gravidanza, nel ’92, il marito, senza esplicitarne il motivo, voleva che abortisse: Vicky si è opposta e il marito l’ha abbandonata. Tra il 1997 e il ’98, si è resa conto di aver contratto dal marito l’Hiv e che anche il figlio piccolo era ammalato di Aids. «Tra il ’98 e il 2001 abbiamo vissuto come in un altro mondo, pur rimanendo sulla terra. Abbandonati da tutti, io e i tre figli: nessuno ci sorrideva, tutti ci odiavano». Nel 2001 sono entrati nella casa di Vicky i volontari del Meeting Point Internazional, ma Aryenyo ha ripetutamente resistito ai loro inviti. «I volontari sono riusciti a catturami – ha raccontato Vicky – tramite mio figlio: l’hanno preparato per il trattamento medico; a questo punto ho incominciato a capire che potevo fidarmi. Un giorno sono andata nell’ufficio di Rose. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: Vicky, tu hai un valore e questo valore è più grande della malattia. Tu ce la puoi fare, hai solo bisogno di ritrovare la speranza. E gli occhi di Rose parlavano più della sua bocca. Erano occhi di amore, come se dicessero: c’è qualcosa sopra di te, in cui devi riporre la tua speranza». Alla fine, Vicky ha ceduto. «Mi sono resa conto che il volto di Dio era nel volto di Rose. Rose mi ha dato una spalla sulla quale appoggiarmi e Cristo, sotto forma di Rose, è venuto da me. Tutto è cominciato con un incontro e questo incontro ha fatto risorgere la mia vita». Anche il corpo, pur nelle sofferenze, è iniziato a risorgere: nel 2003 anche Vicky ha cominciato la terapia. Ma tutto, ha ribadito Vicky Aryenyo, «è iniziato con Rose che ha detto di sì alla sua chiamata. Sappiamo di Lazzaro che è resuscitato tanto tempo fa. Se non avete visto un miracolo, eccolo, sono io: eccomi qua; anch’io, infatti, ero morta. Ecco perché – ha aggiunto Vicky – io sono ‘schiava’ di questo movimento che mi accompagna verso il mio destino e mi ha aiutato a riacquistare la speranza. Per avere la propria libertà c’è solo una cosa da fare: dire di sì quando arriva la chiamata».